Marissa Mayer in vena di shopping

La nuova CEO di Yahoo!, dopo la maternità, ha deciso di adottare una strategia di acquisizioni che punta allo svecchiamento del target dell’azienda.

Ha iniziato con l’acquisto, per  ben 1,1 miliardi di dollari, del social media Tumblr per proseguire con la startup di NewYork Qwiki, l’applicazione che consente di ‘convertire’ foto, musica e clip video in mini ‘film’ che  si vocifera sia stata pagata ben 50 milioni di dollari.  Ma l’operazione di crescita multimediale sembra non fermarsi qui e a Palo Alto si scommette su quanti miliardi siano stati stanziati a preventivo.

Nell’obbiettivo della Mayer anche Hulu, il sito, attivo solo negli USA, che fornisce VOD in streaming di contenuti televisivi e film: conta 4 milioni di abbonati che pagano 7,99 dollari al mese e nel 2012 ha realizzato un fatturato di 700 milioni. La Mayer ha fatto un’offerta per circa 800 milioni ma la società vale almeno il doppio…

Anche la app Xobni, che crea una rubrica di contatti in base alle proprie eMail,  potrebbe rientrare sotto l’ombrello di Yahoo! per circa 40 milioni di dollari.

Con oculatezza, si genera la liquidità necessaria agli investimenti, dismettendo attività poco profittevoli: di qui la chiusura di uno dei primi e più potenti motori di ricerca attivi prima dello scoppio della bolla speculativa. Hasta la vista Altavista!

 

Categoria: Internet

Aiuto, sento le voci

Senti voci che gli altri non sentono?

A pensarci bene credo che questa fosse una domanda a cui bisognava rispondere per iscritto quando ho fatto i tre giorni al militare. A quei tempi credo di avere risposto con un semplice “NO”.

Oggi invece la risposta potrebbe essere: “Dipende”

Già perchè Sky sta testando, con l’aiuto dell’agenzia tedesca BBDO, una nuova tecnologia chiamata “Bone Conduction” che permetterebbe di comunicare attraverso delle vibrazioni che vengono traformate in suoni dal nostro cervello.

Immagina questa situazione: sei in treno, appoggi la testa al finestrino, a quel punto si attiva la “Bone Conduction” e tu, e solo tu, senti “cose” che gli altri non sentono.

Ora, che sia vero oppure no non lo so ma è comunque una “cosa” decisamente curiosa 🙂

BBDO Dusseldorf

Categoria: Internet

Anche in Italia arriva Amazon AutoRip

Dopo il lancio di alcune settimane fa avvenuto negli USA, Il 25 Giugno è arrivato anche in Italia l’AutoRip di Amazon :  il  servizio completamente gratuito che rende disponibili in formato mp3 tutti gli album in cd e vinili acquistati dagli utenti di Amazon  dal 2010 a oggi.

Ma come funziona ?  I clienti di Amazon che acquistano vinili e Cd AutoRip ricevono direttamente nel loro CloudPlayer  la versione MP3 degli album in audio di alta qualità a 256 Kbps. L’importante è che il disco venga acquistato  su Amazon.it (e non Usa, UK o Germania) e che abbia ben visibile l’ icona AutoRip. Tutti gli MP3 AutoRip sono  salvati automaticamente nelle librerie Cloud Player dei clienti e non sono conteggiati nel calcolo dello spazio d’archiviazione a disposizione su Cloud Player.

Quella di Autorip, non è la risposta tecnologica di Amazon a Spotify e iTunes infatti  non è in streaming ( che ha peraltro il limite di richiedere connessione online) ,  non punta su abbonamenti e librerie oline, non è  legata al download delle traccia digitale coperte da Drm.

La genialità sta’ nel fatto che Amazon , usando un Coud Player,  riesce a  sbarcare su smartphone e tablet della concorrenza (da Apple ai dispositivi mobili che usano  Android) garantendo ai propri utenti la libertà di ascoltare la loro musica preferita ovunque

Categoria: Internet

Copiando si impara? Facebook ci prova: più hashtag per tutti!

Se pensiamo alla parola “hashtag” ci viene subito da pensare a Twitter, basato proprio su questo sistema di aggregatore di contenuti per “stringhe” appunto, ma a breve potremo associarci anche Facebook, il social network in blu made in Mark Zuckerberg, che ha pensato bene di non restare indietro rispetto all’acerrimo nemico Twitter ma anche ai nuovi competitor  Instagram e Pinterest, che già supportano il sistema basato sugli hashtag.

Una mera copiatura da parte di Facebook o c’è dietro qualcosa di più?

Il punto principale di discussione è capire Facebook dovrebbe essere interessato ad utilizzare gli hashtag, dal momento che questo social network è stato da sempre concepito come strumento per condividere eventi, contenuti, status ecc.. nella dimensione privata dei suoi iscritti, mentre appunto gli hashtag, così come Twitter, nascono con l’intento di seguire, condividere e discutere argomenti  “pubblici” in tempo reale tramite appunto la ricerca per parola chiave identificata dal tag preceduto dal simbolo #

Sembra difficile credere che Facebook voglia tentare la strada per diventare un aggregatore di contenuti, al pari di Twitter, e se questa nuova funzione dovesse offrire la semplice possibilità di inserire gli hashtag nella timeline di ogni utente non ci sarebbe in realtà nulla di nuovo, dal momento che già ora è possibile postare automaticamente tweet e hashtag scritti su Twitter  anche su Facebook, come per Instagram e Pinterest.

Ma se pensiamo agli hashtag come parole chiave presenti all’interno del social network che identificano gli interessi degli utenti, simili ai Like fatti su pagine o prodotti, allora il punto di vista può cambiare, e potrebbero essere sfruttati come elemento pubblicitario per targetizzare ancora di più iniziative di marketing.

Resta da vedere poi se anche su Facebook gli hashtag potranno diventare anche strumenti per cercare contenuti e seguire eventi in real time..

Un nodo al fazzoletto tra poche settimane! 🙂

 

                                                                                         Un’anteprima degli hashtag. (Facebook)


Categoria: Internet

C’era una volta il vero Napster

NapsterNo, non è l’inizio di una bella fiaba, ma è la triste storia di una potenza del music/file sharing, che ha trascinato la leggenda della pirateria musicale nella piena e noiosa legalità.
In principio c’era Napster, il primo sistema peer-to-peer della storia, creato da un’idea geniale di Sean Parker (sì, lo stesso che ha messo lo zampino nel progetto Facebook).
Lanciato nel 1999, in breve tempo Napster ottenne un successo clamoroso, tanto che gli utenti arrivarono a considerarlo un vero e proprio “motore di ricerca” per file musicali.
Nel 2001 però i giudici americani fecero chiudere il buon caro Napster, non prendendo minimamente in considerazione che il problema del file sharing non potesse essere risolto dalla chiusura di un singolo programma.
Strano ma vero, dopo la chiusura di Napster spuntarono, come tanti piccoli funghetti, centinaia di programmi per scaricare musica illegalmente (tra i più famosi Kazaa, Winmx ed eMule).
Ancora oggi il problema della pirateria musicale non è stato risolto, ma in compenso sono stati ideati tantissimi siti di streaming audio, come Grooveshark, Spotify, Deezer, Soundcloud, ecc.
Questi permettono di ascoltare file musicali di ogni genere e artista in maniera completamente gratuita, scegliendo il pacchetto base.
Se invece preferisci un trattamento“deluxe”, con un contributo mensile che si aggira mediamente sui 10 euro, puoi evitare le interruzioni pubblicitarie e ascoltare le tue playlist anche offline.
In quest’orda di streaming maniacale c’è anche Rhapsody, un’azienda che si occupa di condivisione musicale online da almeno dieci anni, ma che in Europa non è conosciuta. Rhapsody Proprio per questo ha deciso di iniziare la sua avventura nel vecchio continente con un nome che richiami l’attenzione di tutti: Napster.
Una scelta che potrà pur aver successo, le previsioni infatti dicono che nel nostro continente il mercato della musica online è in crescita, ma che non ha senso a livello etico.
Napster è nato come programma che andava contro il sistema discografico. Non si può prendere un concetto, una filosofia (se pur sbagliata) e cambiarne l’anima. Soprattutto se la motivazione è lanciare l’ennesimo, aspettato, prevedibile sito di music streaming.
Insomma, nessuno si sognerebbe di trasformare Alcatraz in un asilo per bambini prodigio, no?
O forse, forse… 😉

Categoria: Internet

La gestione dei resi da parte dei “Big”

resoNell’ultimo e-commerce Forum è stato messo in evidenza come le società di vendite private stiano ben contribuendo alla crescita del settore dell’abbigliamento. Bravi tutti.

Ma.

C’è un MA e qualcuno me lo deve spiegare perchè proprio non ci arrivo.

Parliamo sempre e in ogni luogo di attenzione al cliente e di quanto il customer care sia importante sia prima ma soprattutto dopo l’ordine. E quindi?

E quindi come mai 2 big delle vendite private come (Amazon)BuyVip  e Vente-Privee hanno una gestione dei resi così inefficiente? (o meglio, è efficiente probabilmente per loro, non per chi ha acquistato e vuole effettuare un reso).

Fare un reso con Vente-Privee o BuyVip può diventare una odissea.

Questi due player non prevedono infatti il ritiro del reso presso il proprio domicilio (o ufficio). Come invece fanno quelli di Privalia o Saldi Privati, due altri attori molto importanti delle vendite private.

Se acquisto sugli ultimi due e voglio fare un reso, loro mi mandano (a mie spese) un corriere a ritirare la merce. Perfetto. Così non ho problemi ed è tutto comodissimo. Gestione del cliente impeccabile. Mi evitano, perdonatemi il francesismo, uno “sbattimento”.

Se acquisto su Vente-Privee o Buyvip sono io che devo andare personalmente alle Poste Italiane (sì, avete presente quei posti terribili dove si perde una montagna di tempo?) oppure chiamare un “mio” corriere (già, perchè è normale che un cliente comune abbia sempre un corriere di fiducia…).
Sono io che mi dovrò dotare di uno scatolone o di una busta adatti per la spedizione, sperando che tutto vada per il meglio.

Possibile? Vante-Privee non sono quelli più bravi di tutti e che vendono più di tutti in Europa? E BuyVip non è del colosso Amazon, quello super esperto nella gestione del cliente?

Se domani dovrò fare nuovamente un acquisto… lo farò su di loro o su chi mi mette più a mio agio?

Ora scusatemi, devo andare in posta, ho un reso da fare.

 

Categoria: E-commerce

Vuoi avviare un progetto di e-commerce? Sì, ma non così…

annuncio di lavoro

Quello che vedi sopra è un annuncio di lavoro comparso su Kijiji.

Una società cerca un webmaster per realizzare e gestire un e-commerce.
Un webmaster che sia capace di indicizzare e gestire il sito.
E, ciliegina sulla torta, un webmaster che non chieda soldi, mi raccomando, ma solo provvigioni sul venduto. Astenersi perditempo.

Forse sbagliamo tutto. Parlo al plurale perchè, insieme a tanti miei colleghi, mi capita spesso di parlare di e-commerce durante convegni e workshop. Ci ho scritto anche un libro sopra. Eppure l’opera di “evangelizzazione” non sembra nemmeno cominciata. Si vede che nemmeno gli amici di The Vortex fanno abbastanza 🙂

Se l’azienda non ha soldi, non ha risorse da investire perchè il business non gira… non andrà meglio provandoci con l’e-ecommerce.

Fare e-commerce costa tempo e denaro. Tanto denaro. Soprattutto nei primi anni. Mi sbilancerò troppo, ma sono convinto che sia pressochè impossibile essere profittevoli nei primi 1-2 anni.

Eppure, ritornando all’annuncio di cui sopra, ci sono aziende che vogliono lanciare un progetto di e-commerce con una persona che faccia tutto da sola: che sia in grado, tecnicamente, di realizzare il sito, che ne gestistica l’assortimento, i sistemi di pagamento, che faccia le necessarie attività di web-marketing e che si occupi anche del customer care. Magari la stessa persona dovrà fare anche le foto di prodotto con il cellulare personale, perchè no.

No.

No.

No.

L’e-commerce non si fa così. In questo modo non si va da nessuna parte. Ci vogliono competenze specifiche. L’e-commerce è un settore ad alto tasso di competizione. Non ci si improvvisa. Non basta comperare un sito con un piattaforma già pronta per fare dei soldi online. Va fatto un business plan. Va calcolata la marginalità, ripetendo il mantra: “Turnover is Vanity, Margin is Sanity”. Va analizzato il settore e la concorrenza. Vanno pianificate le risorse. Ci vogliono competenze specifiche e differenziate. Tutte cose gli imprenditori dovrebbero sapere.
Già.
Eppure, rileggendo ancora una volta l’annuncio di cui sopra, mi vengono forti dubbi…

Categoria: E-commerce

STEP UP and Broadcast yourself!!!

Cosa c’entra la serie di movies sui dance contests con il nostro blog?

Il cinema non è solo una macchina di sogni , ma anche un occhio puntato sull’evoluzione della società e, nel nostro caso, degli altri media.

In Step Up 3D, ambientato a New York, la gara di ballo tra i due contendenti, Pirati e Samurai, per aggiudicarsi i 100 mila dollari di premio del  World Jam, avviene in location fisiche specifiche e la telecamera che documenta la vita dei ragazzi e trasformerà il capo dei  Pirati in un film maker in rotta per Hollywood.  E’ l’ anno 2010.

Ma, nel 2012, Step Up Revolution celebra da Miami la potenza e la pervasività dei social networks e del video sharing che possono portare fama, reputazione e anche diffamazione.

Per il gruppo dei MOB, il dance contest passa attraverso YouTube: i dancers organizzano flash mobs per le strade,  presso mostre ed eventi  pubblici seguendo delle coreografie precise:  filmano i loro shows e li postano su YouTube, dove il gruppo che realizzerà 100mila hits vincerà ben 100 mila dollari. E ad alimentare e spingere le visite su YouTube  si inserisce anche la Tv locale che evidenzia  e amplifica le numerose irruzioni dei MOB, alimentando il traffico sul Social Channel!

Sì, perché i concorsi su YouTube sono permessi, seguendo le regole fissate dal canale (http://support.google.com/youtube/bin/answer.py?hl=it&answer=1100988) e possono offrire opportunità interessanti come la  promozione dei propri prodotti cineamatoriali come accade  nei concorsi cinematografici. E non solo.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha lanciato lo scorso anno un concorso rivolto ai giovani  tra i 18 e i 29 anni, nel quale chiedeva di raccontare le proprie esperienze professionali in due minuti. Un racconto nel quale descrivere le paure e le speranze nell’epoca della precarietà e della crisi. Ai tre vincitori, l’occasione di poter partecipare al Forum Internazionale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sull’occupazione giovanile di Ginevra. Il tema del concorso era strettamente legato a tutto ciò che ruota intorno al mondo del lavoro, dalla sua ricerca, alla sua costruzione o invenzione. Il cortometraggio andava poi caricato sul proprio canale YouTube, con link inviato all’indirizzo email youth@ilo.org, unitamente al proprio nome, all’età e alla propria nazionalità.

E’ ovvio che il contest è anche un potente strumento pubblicitario e commerciale. Chi ( singolo o azienda) organizza un concorso sul suo Canale Youtube può:

  • guadagnare più iscritti
  • aumentare la popularity
  • migliorare il posizionamento all’interno di YouTube (SEO) tramite iscritti, i Like e i commenti
  • ottenere la remunerazione da parte di un Brand che  sponsorizza il concorso
  • stimolare conversazioni che hanno il potere di generare altri commenti ed aiutano a capire il proprio target.

La maggior parte dei concorsi indetti dai Brand ( di solito aziende Fashion, Beauty ma anche Tech e Gaming) sono Giveaways, ossia contest in cui è possibile vincere il premio semplicemente iscrivendosi al canale e commentando o mettendo mi piace sul video. Tanti Vlogger  lo usano per aumentare gli iscritti al proprio canale e per promuovere i prodotti del Brand che li sponsorizza da Collistar a Pupa o Vodafone.

E nel frattempo, concorso o non concorso, grazie a YouTube e a colpi di trucco e nail-art, le italianissime imprenditrici Clio e Mikeligna hanno non solo ottenuto fama tra gli Internauti, ma hanno anche realizzato uno dei sogni di molti giovani di oggi: la conquista di un contratto per i loro programmi  televisivi su Discovery Real Time.

Categoria: Internet

Become e Magento

Magento-Become

Magento inserisce tra i suoi Moduli anche il Become Sales Tracking, lo strumento gratuito che mettiamo a disposizione di tutti i nostri merchant per misurare le campagne Become sul network di oltre 20 comparatori e guide all’acquisto da noi gestiti.

Questo strumento non si sostituisce a vostri strumenti di tracciamento già in uso sul sito ma si affianca fornendo ulteriori informazioni di vitale importanza.

Il nostro sales tracking è un semplice javascript che va un filo configurato: se però non hai tempo da perdere e usi Magento… eccoti il modulo bello che pronto!

http://www.magentocommerce.com/magento-connect/catalog/product/view/id/17980/

Ringrazio l’agenzia Intraweb per averne promosso lo sviluppo e la diffusione.

Categoria: E-commerce, Web Marketing

“Oggetto: allegato 10.000 dollari”: con Google Wallet e Gmail si può!

Inviare e ricevere soldi via mail?Il sogno di tutti gli utenti più digitalizzati, e forse anche degli hacker più “sgamati” del web 🙂 !

Perché porsi il problema?Perchè a breve tutto questo non sarà più solo un sogno ma una concreta realtà, almeno per i maggiorenni degli USA, che con il portafoglio digitale di Google, il Google Wallet, integrato all’account personale di Gmail, potranno allegare al messaggio somme di denaro in formato digitale.

Dove sta la novità? Non si tratta di una ricevuta di pagamento effettuato o ricevuto, ma di un vero trasferimento di soldi in tempo reale e senza utilizzare i più classici servizi di pagamento on line come Paypal o carte di credito/debito.

Come si potrà fare? Semplicemente, un utente potrà sfruttare questo strumento iscrivendosi al programma Google Wallet, qui il sito ufficiale http://www.google.com/wallet/  e avere quindi la possibilità di inviare o ricevere soldi in modo gratuito e nel giro di un paio di minuti. Per avere un’idea, date un occhio al video ufficiale

Anche chi non vorrà aderire a Google Wallet potrà comunque inviare soldi da Gmail con una commissione applicata del 2,9% per transazione, mentre chi li riceverà non avrà alcun costo di gestione.

Il “peso” dell’allegato partirà da un minimo obbligatorio di 0,30 cent a un massimo di 10.000 dollari, e comunque non più di 50.000 $ in 5 giorni.

Tutto questo, almeno per il momento, solo per gli Stati Uniti, ma è già in progetto di estendere il servizio anche in Europa nei prossimi mesi, sfidando i vecchi sistemi di pagamento elettronico utilizzati fino ad ora.

I dubbi però, sorgono spontanei: tutto questo non diventerà il paradiso delle frodi telematiche? Il colosso americano si è già premurato con transazioni super criptate e server a prova di hacker, oltre che speciali polizze assicurative in caso trasferimenti non autorizzati o errati ….

Nel caso, se tra qualche mese vedrò arrivare in posta in arrivo un nuovo messaggio con “attachment: 10.000 dollari”  saprò chi ringraziare!! 🙂

Categoria: E-commerce

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