La dura vita del Social Media Manager

Groupon italia ci aveva già deliziati con un EpicFail tramite Twitter, utilizzando la tragedia del terremoto per pubblicizzare un viaggio chissà dove. Non è stato il primo caso e, a quanto pare, non è stato l’ultimo. Nel tempo abbiamo assistito ad altre figuracce del genere, puntualmente corrette, smentite e corredate di scuse più o meno efficaci. Twitter è l’habitat naturale di questi strani eventi che possono compromettere l’immagine di un’intera azienda, ma ci sono casi eclatanti anche in Facebook, come il cattivo esempio di Patrizia Pepe, che oltre ad aver scelto un’infelice campagna pubblicitaria ha anche risposto in una maniera poco consona a chi glielo ha fatto notare. Da quest’ultimo caso pare che sia derivato un periodo di forte crisi, da cui la famosa azienda di abbigliamento non si è ancora completamente ripresa.
Gli ultimi episodi sono capitati alla British Arways – un galeotto retweet con risposta piccata al “muso giallo” colpevole di aver espresso la propria frustrazione per la compagnia aerea – , a MTV India, che ha gentilmente fatto gli auguri di compleanno a uno dei più grandi artisti del mondo musicale, senza però ricordarsi che John Lennon era già morto da tempo e a StubHub, una società del gruppo eBay, che si è vista pubblicare un tweet piuttosto forte da uno dei dipententi, convinto di scrivere invece con il proprio account.
Il punto fondamentale è che il Social Media è un campo più delicato di quanto si creda. Per crescere ci vuole tempo, fatica e costanza. Per crollare basta una sola disattenzione, una distrazione o un errore di calcolo di pochi istanti. Una volta che si cade in un errore del genere, è estremamente difficile recuperare, soprattutto per quelle aziende da migliaia di follower, ai quali bastano pochi secondi per accorgersene – e renderlo noto, soprattutto. Non bastano le scuse, le promesse di “indagini” per scovare il colpevole o i licenziamenti sbandierati su Twitter a solenne punizione. Serve lucidità, sangue freddo, pazienza e… buon senso!

Categoria: Internet

Google vs Editori: Golia contro Davide

Che il mondo del cartaceo, soprattutto il cartaceo periodico, non se la stesse passando bene, lo sapevamo. Che non riuscisse a restare al passo con Internet era un fatto noto. Ci saremmo aspettati, francamente, una corsa all’oro: tentativi più o meno centrati per guadagnare spazio e risultati online, diversificando i modelli di business, cercando di recuperare il terreno perso. L’ultima questione del copyright con Google da parte degli editori, però, dimostra il contrario.

Secondo gli editori europei, Google dovrebbe pagare una percentuale del copyright per ogni contenuto indicizzato, per la precisione i titoli e le prime righe delle notizie. Si chiama ancillary copyright e non ci sorprende affatto scoprire il netto rifiuto di Google ad adottarlo. Secondo l’azienda del più celebre motore di ricerca, infatti, l’indicizzazione di questi contenuti rientra nella disciplina del fair use e quindi non deve esserci alcun corrispettivo verso gli editori.

A un primo sguardo la diatriba ha del ridicolo, ma le cifre di cui si tratta sono considerevoli e gli editori europei non sembrano voler mollare l’osso, arrivando a fare fronte comune e spingendo nei propri paesi diverse proposte legislative per costringere Google a piegarsi.

Tanto rumore per nulla o peggio, verrebbe da dire, considerando che gli editori potrebbero rimetterci molto, nel caso in cui Google decidesse di smettere di indicizzare i contenuti da loro pubblicati, cosa avvenuta nel 2011 per 150 editori in Brasile. Secondo Google, per bocca di Eric Schmidt, il presidente esecutivo dell’azienda americana, “I giornali hanno un problema molto reale e ci preoccupiamo di quello che sta succedendo loro. Ma devono monetizzare i click che gli inviamo in modo tale da garantire il proprio futuro.”

Aggiungiamo che combattere un Golia come Google in questo modo è a dir poco azzardato. Nel mondo di Internet la legge ha l’effetto di una rete che tenta di catturare l’aria, soprattutto se basata su metodologie anacronistiche. Della stessa opinione è Rosental Alves, giornalista brasiliano e professore di giornalismo presso l’University of Texas. Alves spiega che le news digitali “non possono essere trattate in alcun modo come un prodotto che si può proteggere con le stesse restrizioni utilizzate nei precedenti ecosistemi… L’informazione è liquida e inarrestabile.”

Questo Golia è davvero troppo forte. Almeno Davide aveva una fionda! 🙂

Categoria: Internet

Street Smart

Incominciamo a farci furbi a scuola. E’ il primo posto dove si impara a “sopravvivere” e a ottimizzare l’ottimizzabile. C’è poi anche un detto secondo cui chi è bravo a scuola, non è detto che lo sarà altrettando nella vita.

Copio di seguito (è in inglese) una lettura interessante dell’americanissimo Harvey Mackay, autore del best seller “”Swim With The Sharks Without Being Eaten Alive.”

Merita 5 minuti del tuo tempo:

I succeeded because I have street smarts. Here are some street-smart ideas that have worked for me over the years.

Idea No. 1: Take time – whenever possible – to think about important situations that arise before taking any action. Unexpected problems come up in life. No matter what you are hit with without warning, memorize these six words: I want to think about it. All my life I’ve seen people react instantly to events that took them by surprise, and they opened their mouths and really hurt themselves. So practice: I want to sleep on it! I want to think about it! You won’t be sorry.

Idea No. 2: Agreements prevent disagreements. Whenever you have a meeting of real importance, summarize your understanding with a brief note back to the other party. I guarantee this will save you from a lot of “he said /she said” … “I thought you meant” … or “We never talked about that.” Nail it down before it nails you. Continua a leggere

Categoria: Internet, Web Marketing

Regali di Natale: noi li compriamo online

Si parla ormai da tempo della crisi e questo tema si ripropone con più forza man mano che ci avviciniamo al Natale. Quanto sia allarmismo e quanto sia vero è questione di economisti e politici. Ciò che più interessa, però, è che gli italiani, di fronte alle difficoltà economiche, si fanno un po’ più furbi. Secondo recenti ricerche, riportate da Soldionline.it, quest’anno gli italiani si affideranno prevalentemente a Internet per i propri acquisti natalizi.
Banzai Commerce, che con Saldiprivati ed ePrice, è il più grande operatore e-commerce in Italia, ha coinvolto i propri clienti in uno studio che conferma questa affermazione. Secondo questa ricerca il 72% dell’utenza ricorrerà a Internet per acquistare i regali di Natale, un aumento considerevole rispetto allo scorso anno, quando solo il 10% degli italiani aveva espresso l’intenzione di acquistare online. Le ragioni principali di questa scelta dipendono dall’intenzione di evitare la ressa natalizia e dal maggiore risparmio, in termini di tempo e denaro, che si può ottenere in Rete. Scegliere su un negozio online, infatti, è certamente meno stressante e faticoso di girare per negozi. Il divario tra negozi tradizionali ed e-commerce sta aumentando, con quest’ultimo che cresce del 20% rispetto all’anno scorso. Secondo un’altra ricerca, “Xmas Survey” di Deloitte, gli acquisti online saliranno infatti al 30% del totale.
Il periodo natalizio per i negozi online è già cominciato e gli italiani dichiarano di preferirli anche ai saldi prenatalizi, grazie alle tante offerte che già si trovano in rete. Gli acquisti riguardano soprattutto capi di abbigliamento necessari e libri (86%), seguiti da prodotti hi-tech (53,5%) e buoni acquisto (10,5%).
L’Italia è sicuramente indietro rispetto ad altri paesi in fatto di Internet, ma sembra che gli italiani vogliano recuperare terreno. Il punto è se gli e-commerce nostrani riusciranno a offrire servizi capaci di rispondere a questo aumento della richiesta. Purtroppo, insieme a casi virtuosi, ci sono fin troppi cattivi esempi, come già raccontato su questo stesso blog.

Categoria: E-commerce

CartaSi inaugura il suo social marketplace

Come promesso in maggio, è stata rilasciata la versione definitiva dell’annunciato Bazak, il nuovo portale di social shopping online firmato CartaSi.

Si tratta di una community dello shopping con offerte e coupon selezionati tra quelli dei principali gruppi di acquisto a prezzi vantaggiosi, contenente alcuni canali verticali tematici: il meglio della tecnologia, un’agenzia viaggi dedicata. Bazak, nome che contiene il concetto di bazar digitale, non è solo per i titolari di CartaSi, ma è una piattaforma aperta «che si differenzia da tutte le altre in quanto mette insieme una serie di elementi – dichiara il direttore commerciale di CartaSi Gianluca DeCobelli – : centrali sono l’orientamento all’acquisto, la convenience, la trustability, ma anche il livello di servizio/affidabilità e l’istintività tipica dei social network. In più, il fattore trainante è la loyalty dei prodotti CartaSi». Per i titolari di CartaSi iscritti al programma IoSi, ogni giudizio lasciato sul sito sarà un acceleratore di punti, anche in assenza di acquisti.

A differenza dei vari Groupon, Groupalia e LetsBonus, il marketplace di Bazak ha dunque una dimensione più social, in quanto i consumatori possono commentare i risultati dei propri acquisti e condividerli in rete esprimendo un giudizio sulle proposte e sui servizi offerti ed inoltre si incarica di affrontare il problema degli eventuali disservizi e reclami: CartaSi pretende infatti dagli esercenti che aderiscono alla piattaforma di sottoscrivere un codice di condotta, un elenco di buoni consigli ai quali attenersi.

CartaSi ha sei milioni di utenti, 500 mila iscritti al programma di loyalty, 700 banche partner e 600 mila merchant convenzionati.

In questo momento di crisi il commercio elettronico cresce e nel 2012 si stima superi i 10 miliardi di euro.

Anche le transazioni in rete cresceranno del 19%. CartaSi vuole essere l’abilitatore delle transazioni nel mondo digitale reputando che i portali di couponing e di acquisti online siano la categoria Internet più in crescita in Italia con oltre 12 milioni di iscritti nel 2011.

Categoria: E-commerce

Nuove penalizzazioni di Google: nel mirino le pagine con troppi “banner above the fold”

L’ultimo aggiornamento di Google, chiamato “algoritmo del layout delle pagine”,  prende di mira i siti il cui contenuto è nascosto sotto troppi annunci pubblicitari costringendo gli utenti a scrollare continuamene le pagine per riuscire a leggere le informazioni di interesse. La penalizzazione non riguarda invece i siti che utilizzano i pop-up e i pop-under.

Matt Cutts, il capo del team Webspam di Google, ha assicurato che la modifica non è poi così impattante, visto che toccherà meno dell’1% delle ricerche globali.

 

Ma qual ‘è il giusto rapporto tra contenuto e banner per non essere penalizzati? Google in merito non da’ nessuna informazione dettagliata , lascia solo intuire che nell’area visibile above the fold gli annunci pubblicitari NON devono essere superiori al 50% dei contenuti:

 

 

 

 

 

Categoria: Web Marketing

Un servizio a metà. Che cosa brutta. Cronaca di una storia vera.

urlare telefonoOrdino per un amico che sta lavorando all’Isola del Giglio (sì, dove è naufragata la Costa e sì, sta lavorando proprio al recupero) un prodotto da un sito che fa e-commerce.

Lo faccio io e non lui perchè al telefono mi dice:

“Mi servirebbe questo ma qui non riesco a trovarlo”
“Sei proprio un babbo, perchè non lo comperi online?” – gli rispondo io da sbruffone
“Eh, ma no, ma dai”
“Dai, te lo ordino io e te lo faccio arrivare lì, okay?”
“Grazie!”

Sono proprio un grande amico.

Teoricamente sarebbe dovuto andare tutto liscio.
Sarebbe.

Di fatto quando mi collego al sito per ordinare, mi accorgo che non posso specificare un indirizzo diverso per la consegna.

Prima di proseguire, contatto il venditore che mi risponde:

“Gentile Riccardo,
può specificare l’indirizzo via mail oppure nel campo commento.
Saluti”

Detto che il campo “commento” non esiste, gli ho mandato Continua a leggere

Categoria: E-commerce

Facebook punta sull’Ecommerce: una nuova sfida o un nuovo sfidante?

Tanti auguri a Facebook, che proprio in questi giorni ha raggiunto il traguardo, tanto sospirato da Mark Zuckerberg, del miliardo di utenti iscritti in tutto il mondo. Fin qui, tutto regolare, o meglio tutti se lo aspettavano dal social network più diffuso e utilizzato da più e meno giovani ma anche dalle imprese più innovative e web-oriented. Quello che forse non ci si aspettava, e che ha colto molti di sorpresa, è il calo del valore delle azioni, quasi 50% negli ultimi 5 mesi, quando dai 38 dollari per azione del mese di Maggio si è passati ai 21,83 di oggi. Il motivo?Probabilmente la quantità degli utenti e il successo in termini di social non basta più, a Mark servono nuovi progetti di business e sviluppi innovativi per dimostrare che il suo pupillo non è in discesa: qui nasce Gifts, un nuovo progetto ecommerce per comprare regali direttamente su Facebook.

L’intento è quello di sfruttare tutti i dati offerti da quel famoso miliardo di profili nel mondo per capire abitudini, gusti ed esigenze delle persone (d’ora in poi anche clienti) trasformandoli in un considerevole giro d’affari. Già da settembre, Facebook ha utilizzato indirizzi mail e recapiti telefonici degli iscritti per azioni pubblicitarie mirate per conto di clienti terzi, suscitando parecchie perplessità in tema di privacy da parte di alcune associazioni no-profit.

Ma il social network non si ferma qui; è già attiva infatti una collaborazione con Datalogix per analizzare a livello statistico e soprattutto “sociale” i comportamenti d’acquisto degli utenti, come? Facile, per esempio avendo a disposizione i dati di carte fedeltà dei supermercati, profumerie e qualsiasi altro ripo di attività commerciale, e incrociandoli con variabili dei profili Facebook come età, sesso, provenienza geografica ecc.. si avrà un quadro preciso dei prodotti più comprati e di interesse del potenziale cliente e si potrà quindi procedere con inserzioni sponsorizzate mirate e altri strumenti di marketing il più personalizzati possibile, cercando di portare l’utente a finalizzare l’acquisto direttamente sul social network.

Con questa operazione si conta di arrivare a incassare 5 miliardi di dollari complessivi, che servirebbero a risollevare il valore delle azioni (risalite già del 6% dopo il lancio del progetto) oltre che a confermare la sostenibilità e la dinamicità di Facebook.

L’ecommerce avrà dunque un nuovo concorrente in gioco? Staremo a vedere 🙂

Categoria: E-commerce

Più attenzione ai Coupon

C’è qualcosa che non funziona nel mondo dei coupon.

Per quanto mi riguarda la vedo così: dei commerciali troppo aggressivi propongono partnership senza spiegare le possibili conseguenze di scelte azzardate.
Aziende (negozi, ristoranti, centri estetici) non completamente informate, pagano le conseguenze della loro ignoranza.

Scottate dalla grande opportunità che il digitale offre, mi chiedo se ce la faranno a sopravvire e se ci riproveranno mai.

Un esempio su tutti.


Centro massaggi propone 25 massaggi da 1 ora a 99€ (vuol dire 1 massaggio a 3.96€ ivato anzichè 100€).

Facciamo due calcoli.

Ipotizziamo che li acquistino in 100 (nel caso specifico è avvenuto, anzi, superato di molto questo numero).

Il centro massaggi ha venduto 2500 massaggi, incassando ipoteticamente (sappiamo tutti che le aziende aderenti non prendono il 100% del valore del coupon) 9.900€ anzichè 250.000€.

Ipotizziamo che il piccolo centro benessere (perchè, nel caso specifico, è davvero piccolo) lavori 6 giorni alla settimana e faccia un mese di ferie tra chiusura estiva e festività varie. Questo significa che lavora circa 300 giorni (permettimi un arrotondamento).

Spalmando questi 2500 massagi su 300 giorni, vuol dire che deve fare 8,3 massaggi al giorno.

Visto che il massaggio dura un’ora e visto che le ore lavorative potrebbero essere 8, già c’è qualcosa che non funziona (calcola anche che i massaggi, normalmente, si concentrano in determinate fasce orarie del giorno, come è normale che sia).

Questo vuol dire che, per un anno, il centro benessere è completamente saturato, sta lavorando sottocosto e non ha la marginalità per sopravvivere con i soli massaggi.

Mi ha seguito fin qui?

Mi sto sbagliando? (dimmi di sì)

Il risultato? Clienti di coupon fuoriosi che provano a contattare il centro benessere che ha sempre il telefono occupato. Il titolare che risponde che hanno troppo lavoro e che il telefono è staccato per quel motivo.

Non funziona così. I coupon sono un mezzo strepitoso per incontrare nuovi clienti ma vanno gestiti con attenzione. Non si può (far) vendere più di quanto non si abbia. Soprattutto perchè di mezzo c’è il digitale e pochi utenti che si lamentano possono generare un volano negativo di proporzioni inaspettate e, in definitiva, ingestibili.

Fate più attenzione ai Coupon (all’utente che li compra – verificate bene l’offerta e fate 4 conti! – e alle aziende che li sfruttano per farsi pubblicità).

Ci vuole ancora tanta sana informazione.

Categoria: E-commerce

Crowdfunding. Ho bisogno di soldi: ho un’idea

Un tempo si facevano i Cento Giorni, andando in giro a chiedere, soprattutto ai diretti interessati, offerte per il viaggio a cento giorni dall’esame di maturità. Ora basterebbe una piattaforma di crowdfunding, il mecenatismo dal basso, per finanziare idee e progetti. È passato il tempo dei Lorenzo il Magnifico, ora è il “popolino” a dire la propria su cosa si debba o cosa non si debba realizzare. Sì, perché alla fine siamo noi quelli che eventualmente ne beneficerebbero, perciò perché non decidere noi stessi se l’idea sia degna di essere portata a termine? Non è una vera e propria novità, a voler essere precisi, perché Kickstarter, forse la più celebre piattaforma del genere, è attiva dall’aprile del 2009, con 368 milioni di dollari raccolti (di cui 312 effettivamente inviati) e oltre 30 mila progetti approvato su 72 mila.
A portarla alla ribalta ha certamente contribuito Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, che ha finanziato parte della propria campagna elettorale in questo modo. Come funziona? Basta presentare e pubblicare il progetto, stabilire il budget minimo per l’avvio e il termine ultimo di raccolta. Saranno gli utenti a decidere quanto offrire per finanziarlo, ricevendo nel caso dei bonus a seconda di quanto versato. Per la maggior parte di queste piattaforme la regola generale è “all or nothing”, tutto o niente. O si raccoglie il minimo stabilito o la cifra viene restituita ai finanziatori. Per fare un esempio contrario: con IndieGoGo, pur non raggiungendo la cifra richiesta, è possibile utilizzare i fondi comunque raccolti, ma  siti di questo genere costituiscono la minoranza.


E se alla fine il progetto non venisse realizzato? Non c’è risposta a questa domanda, perché finora non c’è stato bisogno di rispondere. È possibile che la democrazia digitale abbia sempre funzionato? Non ci è dato saperlo. Quello che è certo è che seguiremo tutti, chi più chi meno, le eclatanti vicende di Pebble Watch e Ouya. Il primo è un orologio, uno smart-clock, che dovrebbe connettersi alla rete dello smartphone per visualizzare e-mail, tweet, aggiornamenti di Facebook, eventi, meteo e così via, senza dover tirare fuori il telefono dalla tasca. Da un budget minimo di 100 mila dollari a oltre 10 milioni. Ouya è una sorta di console che dovrebbe trasportare i giochi di iPhone e Android direttamente sul televisore. Il budget era di 950 mila dollari, ma ne sono stati raccolti 8 milioni e mezzo. Per entrambi una cifra molto più alta di quanto fosse reputato necessario dagli ideatori.
In Italia si possono citare Kapipal, fondata nel 2009 da Alberto Falossi ed Eppela, nata da un’idea di Nicola Lencioni. Il successo di queste piattaforme, che non può contare sull’entità del mercato anglosassone, è però ancora molto lontano. Noi dobbiamo ancora armarci di Lorenzo il Magnifico o di scatoletta con fessura per i Cento Giorni.

Categoria: Internet

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