Riccardo Porta in China

Ho avuto la fortuna di trascorrere la scorsa settimana in Cina, diviso tra Pechino e Shanghai. L’obiettivo era quello di raccogliere più informazioni e contatti possibili per approfittare delle opportunità che quel paese può offrire agli imprenditori italiani che vogliono fare commercio elettronico in Cina.

A Pechino (o Beijing come fa più figo dire) ho partecipato all’evento “Catch the Dragon”, dove tra numeri e presentazioni aziendali di aziende che si propongono come partner per entrare nel mercato (essenzialmente web agencies, operatori di logistica, sistemi di pagamento) ho cominciato a immergere le mani “nella marmellata”.

Mi sono sporcato del tutto a Shanghai dove ho visitato la Free Trade Zone cercando di comprendere il nuovo modello economico che hanno appena lanciato: sono i primi al mondo che fanno pagare le duties, le tasse per chi importa i prodotti in Cina, solo quando il prodotto è effettivamente venduto al consumatore finale. Che è manna dal cielo per chi fa e-commerce e, per soddisfare al meglio il consumatore cinese, non gli offre un servizio cross-border ma una vendita diretta e veloce con una warehouse in loco. Ho incontrato tanti imprenditori e la testa mi scoppia di informazioni che devo ancora, non solo assimilare, ma disporre logicamente all’interno del mio già sconquassato e incasinato cervello. Non credo di avere mai tessuto così tante relazioni professionali in vita mia. E ne sono ancora sufficientemente scioccato.

Una cosa però l’ho capita. Questi fra qualche anno ci faranno a fettine. Sono più avanti di noi in tutto. Soprattutto di noi italiani che siamo convinti di essere i migliori in questo e in quello. Una volta forse, ora siamo fermi al palo. Sopravviveranno solo le vere eccellenze italiane ma devono già sapere come difendersi. E dubito che abbiano capito come approciare un mercato come quello cinese. Personalmente, domani, mi iscrivo a un corso di cinese. E, per fare un po’ di pratica con qualcuno che non sia solo il ristorante sotto casa, ci mando pure mia figlia. Che ha sei anni e forse ce la fa ancora a salvarsi. Forse.